IL LAVORO, Piero Ciampi
Mi hanno preso? Non mi hanno detto niente.
E allora? Ti ho detto, non so niente.
E allora? Allora non lo so,
non lo so, non lo so, non lo so,
non lo so, non lo so.
Ti ho portato qualche cosa che ti piacerà,
ecco il giornale e un pacchetto di sigarette
e dietro a me c’è una sorpresa,
un ospite, un nuovo inquilino:
c’è la mia ombra che chiede asilo
perchè purtroppo anche stavolta
devo dirti che è andata male.
fai finta di niente, non è successo niente,
accendi una sigaretta, chiudi la finestra
e spogliati…
Io ti porto a nuotare,
ti faccio vedere la schiuma bianca del mare,
niente suoni, io e te soli
io e te soli, io e te soli.
per andare a sposarci e quando siamo entrati in
quell’ufficio… tu mi hai detto “ma dove mi hai portato?”,
Ho detto “eh… ti ho portato qui per sposarti” e tu
ridevi, poi a poco a poco sei diventata seria e poi
piangevi e io ridevo… ti ricordi quel mattino?
È come questo, ti amo come allora.
Facciamo l’amore, facciamo l’amore,
facciamo l’amore, facciamo l’amore,
facciamo l’amore…
non parlare, non chiedere spiegazioni,
non mi creare complicazioni,
non è cambiato niente, provvederò,
ma domani è domenica e ti porto a nuotare
fino a mezzanotte.
Il lavoro? Ancora non so niente.
Mi hanno preso? Non mi hanno detto niente.
E allora? E allora non lo so.
E allora? Ti ripeto, non so niente,
non so niente, non lo so, non lo so,
non
lo
so.
Il costo umano della flessibilità
La domanda che si pone il sociologo Luciano Gallino nel volume “Il costo umano della flessibilità” è come rendere sostenibile la flessibilità . Il presupposto esplicito (e senza dubbio problematico) da cui parte è che “il lavoro flessibile può non piacere, al lume d’una concezione non puramente mercantile del lavoro, ma è qui per restare a lungo, poiché è strettamente connaturato con i modelli organizzativi e le tecnologie delle imprese del XXI secolo” (p. 8). Detto questo, che è anche l’argomento invocato da più parti per estendere una ‘inevitabile’ flessibilizzazione del lavoro in nome dell’efficienza e della competitività globale, l’a. non nasconde affatto, dati alla mano, quanto si cela dietro la domanda di sempre maggiore flessibilità: essa è premessa ed espressione di un “attacco generalizzato al diritto del lavoro” (p. 14), in quanto contribuisce da un lato alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative e dall’altro alla de-responsabilizzazione dell’impresa; introduce inoltre nel mercato del lavoro il principio del ‘numero chiuso’ e, con esso, un alibi per non tematizzare problemi altrettanto importanti; infine, anche qualora si consideri che la moltiplicazione dei lavori flessibili è dovuta agli imperativi di esorbitante redditività pretesi da investitori istituzionali di cui sono ostaggio gli stessi dirigenti d’impresa, ciò che viene per lo più sottaciuto (a livello sia privato che pubblico) sono gli alti oneri personali e sociali a carico dei lavoratori sottoposti alla flessibilità. Se le cose stanno così, spiega l’a., è urgente e opportuno fornire un’adeguata fenomenologia delle forme attuali di lavoro flessibile e dei loro costi umani, onde poi poter avanzare proposte concrete per un intervento pubblico teso a minimizzarne l’impatto sui lavoratori e sulla società e a rendere, appunto, più sostenibile la flessibilità. In questa disamina il breve ma denso saggio di Gallino ha il merito di mettere alcune cose in chiaro.
È quanto mai arduo dare una topografia esaustiva dell’arcipelago dei lavori flessibili, ossia di quelli che “richiedono alla persona di adattare ripetutamente l’organizzazione della propria esistenza – nell’arco della vita, dell’anno, sovente persino del mese o della settimana – alle esigenze mutevoli della o delle organizzazioni produttive che la occupano” (p. 25). Tuttavia, sostiene l’a., si possono distinguere almeno due grandi tipologie di flessibilità: la prima, “numerica” o “quantitativa” o “esterna”, permette all’impresa di variare il numero dei suoi occupati in relazione alle oscillazioni del ciclo produttivo (licenziamento/occupazione); la seconda, “funzionale” o “qualitativa” o “interna”, permette all’impresa di modulare direttamente i parametri della prestazione d’opera dei dipendenti (salari, orari, luoghi, mezzi, ecc.). Entrambe queste tipologie, per conseguire gli obiettivi prefissati, fanno ricorso a cicli e processi di destrutturazione, esternalizzazione e terzizzazione, che declinano il modello flessibile all’esterno e all’interno delle imprese, generando una ipertrofia di contratti individuali più o meno ‘atipici’. Nel complesso, secondo stime del 2001, si calcola che i “salariati della precarietà” siano in Italia circa 8 milioni, a cui vanno aggiunti gli almeno 5 milioni di occupati nell’economia sommersa, che ancora più flessibilmente entrano ed escono dalla flessibilità ‘regolamentata’. “Dinanzi a tali cifre – commenta Gallino – le accuse solitamente rivolte alla rigidità del mercato del lavoro in Italia appaiono quanto meno formulate con limitata attenzione alla realtà” (p. 34).
Il tratto che accomuna queste forme altrimenti singolarizzate di occupazione è la precarietà: sono cioè tutti lavori “in vario modo e da diversi punti di vista insicuri, instabili, temporanei, soggetti a revoca, incerti, senza garanzia di durata, fugaci o brevi” (p. 36). I costi umani che essi comportano sono sintetizzati dall’a. in tre tipi di precarietà: una precarietà esistenziale, dovuta alla limitata o nulla possibilità di formulare previsioni o progetti per il futuro; una precarietà professionale, legata all’impossibilità di accumulare esperienze lavorative trasferibili da un lavoro all’altro; una precarietà sociale, infine, in quanto la rimozione degli aspetti di stabilità spaziale e relazionale del lavoro mina alla base l’identità e l’integrazione sociale della persona (last but not least si potrebbe aggiungere un quarto tipo non meno significativo di precarietà: quella economica!). Il peso e la durata di questi oneri variano in rapporto ai differenti ambiti lavorativi e ruoli occupazionali, ma non paiono essere intaccati dalle trasformazioni del mercato del lavoro e dall’obsolescenza dei sistemi lavorativi tradizionali (come invece sostengono i fautori della net-economy e del postfordismo; a questo proposito, anzi, Gallino – al pari di molti altri osservatori, si pensi agli studi di Robert Castel – non esita a sottolineare come in molti settori avanzati si registri il ritorno in grande stile dei vecchi e collaudati strumenti di sfruttamento della forza lavoro: “Ford e Taylor sembrano essere più che mai gli ispiratori dell’organizzazione dei modi di lavorare”, p. 60).
L’obiettivo di prendere in conto istituzionalmente i costi umani della flessibilità (o almeno di quella parte del lavoro flessibile suscettibile di venir regolata da leggi e norme, con l’esclusione quindi del ’sommerso’) è subordinato, secondo l’a., all’implementazione di politiche del lavoro che operino con i seguenti mezzi: istituzioni per sostenere il passaggio da un lavoro all’altro; certificazioni di competenze trasferibili; interventi sull’organizzazione del lavoro; programmi di formazione; riattivazione, pur nella placeless society, del senso dell’idea di ‘posto di lavoro’. Se e come politiche di questa natura possano essere scelte e perseguite da un governo nazionale o europeo all’ombra degli imperativi della globalizzazione economico-finanziaria non è un argomento trattato da Gallino, che invece conclude questo volume accennando ad una forma di intervento che potrebbe rendere più efficaci e praticabili anche le altre, e consistente nell’introduzione del “principio del diritto al lavoro a tempo prescelto” (p. 86, il riferimento esplicito è alla “rivoluzione del tempo liberamente scelto” caldeggiata negli anni ‘80 dai sociologi del lavoro): si tratterebbe di dare al maggior numero di lavoratori un’autentica possibilità di scelta tra una molteplicità di lavori flessibili e una “pluralità non marginale” di lavori normali. Di fronte a queste auspicabili conclusioni, tuttavia, volte a rendere sostenibile – ossia “meno rigida” – la flessibilità, si ha tuttavia l’impressione che il futuro del lavoro (flessibile) e dei suoi diritti sia destinato a rimanere in una condizione, sia pur ‘ammortizzata’, di precarietà.
Gli stipendi dei parlamentari dal 1948…e confronti europei
|
|
Stipendio mensile |
Diaria |
TOTALE |
Costo di un kg di pane |
|
1948-1949 |
987 |
977 |
1.964 |
1,76 |
|
1953-1954 |
833 |
2.607 |
3.440 |
1,76 |
|
1958-1959 |
714 |
3.104 |
3.818 |
1,54 |
|
1963-1964 |
634 |
4.234 |
4.868 |
1,45 |
|
1966 |
7.002 |
- |
7.002 |
1,41 |
|
1973 |
6.190 |
- |
6.190 |
1,38 |
|
1978 |
4.091 |
788 |
4.879 |
1,43 |
|
1981 |
6-136 |
1.051 |
7.187 |
1,61 |
|
1986 |
6.789 |
967 |
7.756 |
1,53 |
|
1991 |
10.956 |
2.530 |
13.484 |
1,56 |
|
1996 |
10.264 |
2.491 |
12.755 |
2,25 |
|
2001 |
10.859 |
2.951 |
13.810 |
2,69 |
|
2006 |
11.703 |
4.003 |
15.706 |
2,86 |
Indennità, assegni e privilegi dei deputati
Indennità lorda: 11.703,64 euro mensili (per 12 mesi).
Diaria: 4.003,11 euro mensili {ridotta di 206,58 euro per ogni giorno di assenza nelle sedute con votazioni).
Contributo per i collaboratori e il rapporto con gli elettori: 4.190 euro (per 12 mesi).
Assegno di fine mandato: 80% dell’importo mensile per ogni anno di mandato o frazione non inferiore a sei mesi.
Assegno vitalizio: a 65 anni riducibili a 60 in base al numero di anni del mandato, dal 25% all’80% dell’indennità.
Pedaggio autostradale gratis sulla rete italiana.
Libera circolazione sui treni italiani.
Libera circolazione sui traghetti in Italia.
Voli aerei nazionali gratuiti.
Trasferimento dalla residenza all’aeroporto e tra Fiumicino e Montecitorio: 3.323,70 euro (dimezzato per gli eletti nel collegio Lazio 1).
Trasferimento dalla residenza per chi dista più di 100 chilometri dall’aeroporto più vicino: 3.995,10 euro.
Rimborso annuale per viaggi all’estero: 3.100 euro.
Assistenza sanitaria integrativa.
Barberia a prezzi scontati (gratuita per i senatori).
Libero ingresso nei cinema e nei teatri.
Assicurazione contro il (urto di oggetti nei locali delle Camere.
Conto corrente presso l’Agenzia del Banco di Napoli alla Camera senza spese e con interesse del 3,30% lordo annuo.
L’indennità base dei parlamentari europei
|
Stato |
Retribuzione |
|
Italia |
149.215 |
|
Austria |
105.527 |
|
Germania |
84.108 |
|
Irlanda |
83.706 |
|
Regno Unito |
82.380 |
|
Grecia |
73.850 |
|
Belgio |
72.017 |
|
Danimarca |
69.768 |
|
Olanda |
66.782 |
|
Lussemburgo |
63.791 |
|
Francia |
63.093 |
|
Finlandia |
62.640 |
|
Svezia |
61.704 |
|
Slovenia |
49.860 |
|
Cipro |
48.960 |
|
Portogallo |
48.285 |
|
Spagna |
39.463 |
|
Polonia |
28.056 |
|
Estonia |
23.064 |
|
Malta |
17.082 |
|
Repubblica Ceca |
16.900 |
|
Lituania |
14.196 |
|
Lettonia |
12.900 |
|
Repubblica Slovacca |
10.656 |
|
Ungheria |
10.080 |
Valori espressi in euro correnti.
Alla retribuzione base vanno aggiunti i benefit e le indennità di spese generali, di viaggio, di soggiorno, quelle per gli assistenti parlamentari che portano il totale, nel caso degli italiani, a una cifra compresa fra 30.000 e 35.000 euro.
Fonte: Il costo della democrazia di Cesare Salvi e Massimo Villone, Mondadori, Milano 2005
FONTE: “LA CASTA” di S. Rizzo e G. A. Stella
L’invito al viaggio. Baudelaire

Bimba mia, mia sorella
pensa alla dolcezza
d’andare a vivere insieme laggiù !
Amare a bell’agio,
amare e morire
nel paese che ti somiglia
I soli umidi
di quei cieli torbidi
hanno per il mio spirito gli incanti
sì misteriosi
dei tuoi occhi infidi
che brillano attraverso le lacrime
Tutto, laggiù, è ordine e beltà
lusso, calma e voluttà.
les amoureux des bancs publics, Georges Brassens
Les gens qui voient de travers
Pensent que les bancs verts
Qu’on voit sur les trottoirs
Sont faits pour les impotents ou les ventripotents
Mais c’est une absurdité
Car à la vérité
Ils sont là c’est notoire
Pour accueillir quelque temps les amours débutantsLes amoureux qui s’bécott’nt sur les bancs publics
Bancs publics, bancs publics
En s’fouttant pas mal du regard oblique
Des passants honnêtes
Les amoureux qui s’bécott’nt sur les bancs publics
Bancs publics, bancs publics
En s’disant des “Je t’aime” pathétiques
Ont des p’tit’s gueul‘ bien sympatiques
Parlent du lendemain
Du papier bleu d’azur
Que revêtiront les murs de leur chambre à coucher
Ils se voient déjà doucement
Ell‘ cousant, lui fumant
Dans un bien-être sûr
Et choisissent les prénoms de leur premier bébé
Les amoureux qui s’bécott’nt sur les bancs publics
Bancs publics, bancs publics
En s’fouttant pas mal du regard oblique
Des passants honnêtes
Les amoureux qui s’bécott’nt sur les bancs publics
Bancs publics, bancs publics
En s’disant des “Je t’aime” pathétiques
Ont des p’tit’s gueul‘ bien sympatiques
Quand la saint’ famill‘ machin
Croise sur son chemin
Deux de ces malappris
Ell‘ leur décoche hardiment des propos venimeux
N’empêch‘ que tout’ la famille
Le pèr‘, la mèr‘, la fille
Le fils, le Saint Esprit
Voudrait bien de temps en temps pouvoir s’conduir‘ comme eux
Les amoureux qui s’bécott’nt sur les bancs publics
Bancs publics, bancs publics
En s’fouttant pas mal du regard oblique
Des passants honnêtes
Les amoureux qui s’bécott’nt sur les bancs publics
Bancs publics, bancs publics
En s’disant des “Je t’aime” pathétiques
Ont des p’tit’s gueul‘ bien sympatiques
Quand les mois auront passé
Quand seront apaisés
Leurs beaux rêves flambants
Quand leur ciel se couvrira de gros nuages lourds
Ils s’apercevront émus
Qu’ c’est au hasard des rues
Sur un d’ces fameux bancs
Qu’ils ont vécu le meilleur morceau de leur amour
Bancs publics, bancs publics
En s’fouttant pas mal du regard oblique
Des passants honnêtes
Les amoureux qui s’bécott’nt sur les bancs publics
Bancs publics, bancs publics
En s’disant des “Je t’aime” pathétiques
Ont des p’tit’s gueul‘ bien sympatiques
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