Abbassati
Com’è in alto, il campanile
su su il suono del batacchio
altissimo
lontano da me
che sono alluce e fango
bellezza da asfalto motoso
sconosciuta a Dio
cieco nobile olimpico
trita sommità d’un profluvio di merda
unico suono agrodolce di verità.
Un pianto
Le parole sono un pianto
e quando gli occhi sono mesti
la loro umidità trabocca sui veli lindi.
Gli anni trascorrono
e capita sempre più di rado il pianto
tanto ormai si fa dura la scorza.
Oggi questi occhi penso stiano piangendo,
forse le frasi di ogni giorno sono sfinite,
per questo le parole sono umide oggi.
Libri e giornali mi ricordano la morte,
quella che uccide anche le lacrime,
allora la mia tristezza s’incupisce ancor più.
C’è sempre una tristezza maggiore, mi dicono,
e la freccia dell’imperfezione affonda nel nero abisso:
dopo un numero ce n’è sempre un altro.
Come Anteo un giorno smarriamo madre Terra,
smarriamo la forza e con la forza spesso la vita,
qualcuno si ostina solo per qualche giorno in più.
Poi manca il respiro in quell’istante
quando si intuisce che tutto in fondo era vano,
che tutto era vano è la lezione conclusiva.
Passioni, guerre, gelosie, rivalità,
tutto si riversa nel buco nero d’un precipizio imperscrutabile,
“Che stupido sono stato” diremmo
se la vita per qualche secondo ancora si durasse.
Servo amore
Dal letame nascono i fior.
De Andrè
Umile serva della povertà,
nella lotta ogni giorno
da una dimora ad un’altra
ha riverito padroni e belle signore,
generando vita dal più putrido nulla,
come dal fango fummo plasmati
per un amore impensabile.
Quanti pianti hanno udito i suoi figli
nella notte fredda delle campagne
ma al risveglio con l’alba amica
cercava sorrisi per i piccoli occhi,
gioielli del suo ricco scrigno.
Folle fu il suo amore, e dotto,
ma il suo sapere fu superiore
e fu la vita, i tratturi fangosi
le vie dei suoi potenti pensieri.
Molte vicende di popolare forza
ho conosciuto da quella bocca rugosa,
da quella bocca abituata ad imitare i nobili
con le sue cosmesi accurate e inutili:
nell’ovatta bianca delle loro calde case
ridicoli quei signori non la conoscevano,
non sapevano della sua quotidianità
della sua Vita.
A K
Per tre anni il viaggio sembrava normale,
talvolta noioso, un incomodo,
pareva fosse quasi finito
quel viaggio talvolta,
tra qualche parola e tenui confidenze
i tre anni son trascorsi
e ieri sera, vino e musica,
sorrisi e allegria, tanta gente,
alla fine un abbraccio incredulo,
un pianto sulla mia spalla sorpresa,
e non pensavo,
non sapevo,
solo il silenzio dipinse quel quadro,
al di là della frontiera del mio essere uomo.
Naufragi
Spesso vedi il mare agitato
tu fermo a terra a navigare
tranquillo lo deridi sciagurato
spesso vedi il vento turbinare
che pietà povero pazzo insano
tu sereno a farti carezzare
assorto nell’orizzonte arricciato
e quando nel letto calmo ti pensi
s’apre torvo il mare sibilante
strepitano le fronde flagellate
naufraga sotto la tolda la notte.
I miei sogni
Senza di te l’alba è triste,
la mia alba è futile senza i tuoi occhi
che la mirano,
e la notte t’incontro sempre,
come prima mi parli,
di notte vieni e tutto pare normale,
i tuoi capelli rossi sono uguali
e il tuo muoverti solenne m’innamora,
spesso ormai passiamo la notte insieme
finché non fuggi via, all’alba,
e torni a riposare, tra i fiori
tra i tuoi santi, tu simbolo della vita,
tu vita ardente nel mormorio comune,
e quante volte ricordo durante il dì
il tuo irreale annaspare,
allora la vita era in pericolo
e la tua forza era soverchiata
dalla follia poetica del divenire,
dalla soverchia impotenza di noi, tuoi cari.
Eterno ritorno
La mia casa
Con la porta marrone antico,
dall’odore di protezione,
lì fuori giocavo,
cominciavo lì a sgusciare
dal seno avvolgente
del più bel fiore ancora raggiante.
Al sole lì fuori
m’accudiva il lieve sguardo
dalla cucina odorosa, umile,
e saggiavo le mie prime cadute,
ma sapevo dell’abbraccio,
della sua enorme carezza
sui miei riccioli tremuli.
Tra le sue braccia
sul suo letto
nel suo abnorme profumo di talco
nessun pomeriggio era nuvoloso,
anche la brama del gioco fuori
non s’esasperava in pianto.
Quelle braccia oggi smunte
son loro ad esigere carezze,
quel seno ormai sfinito
richiede conforto,
mi richiede quel nutrimento,
gli abbracci calmi e forti
della protezione, della partecipazione,
i sorrisi soavi e penetranti
del suo antico esserci, ora del mio.
Dinanzi a te
Sento l’olezzo giallo del Sole
Nel sorriso grande
Sulla tua bocca lieve,
E come un afflato d’aprile
Pervade la mia schiena la tua mano
In un fremito fresco di paura.
Nulla può il duro urlo del tempo
Contro l’incedere chiaro
Della tua venustà,
Dinanzi a te, ciclamino tra rovi grigi,
Recede vile il tempo.
Dinanzi al tuo sorriso
Recedono i cumuli di piombo.
-
Archivi
- Novembre 2008 (2)
- Agosto 2008 (5)
- Luglio 2008 (1)
- Giugno 2008 (2)
- Maggio 2008 (16)
-
Categorie
-
RSS
Ingressi RSS
Commenti RSS







