Beppesassa يوسف

L’uomo non è altro che ciò che si fa. Sartre

Una tranquilla Italia da paura

I sindaci sono in prima linea contro la violenza, ma non quella degli stupratori. Quella dei turisti che vengono in Italia a passare un tranquillo week end di paura. Un turismo sprovveduto. Gente che si espone a proprio rischio e pericolo in tenda o in camper. Un atteggiamento che rovina la reputazione dell’Italia all’estero.
Una coppia di tedeschi con un cagnolino parcheggia la macchina e campeggia in una spiaggia di Torre Annunziata. Sono picchiati, la ragazza stuprata da tre ITALIANI che, secondo le cronache, fanno un giro con lei per due volte a turno in macchina. Il cagnolino morsica uno dei tre ITALIANI e per vendetta viene sgozzato.
Giosuè Sparita, sindaco di centrosinistra di Torre Annunziata, ha tenuto a precisare che i due turisti “con un po’ di attenzione in più avrebbero potuto evitare l’orribile episodio di violenza”.
Due cicloturisti olandesi si fermano alle porte di Roma. Montano una tenda in un campo a Porta Galeria, periferia sud. Sono picchiati a sangue con i bastoni da due ROMENI. Lei è stuprata dai due pastori ROMENI (uno espulso da tempo). La donna ha perso quasi tutti i denti. Ora è in ospedale insieme al marito.
Gianni Alemanno, sindaco di centrodestra di Roma, si è soffermato sull’episodio: “Se due turisti vengono a Roma in bicicletta e si vanno ad accampare in un posto abbandonato da Dio e dagli uomini dopo aver chiesto consiglio su dove mettere la tenda a un branco di pastori immigrati, ebbene è difficile garantire loro la sicurezza. La loro è stata una grave imprudenza.”
Al loro Paese olandesi e tedeschi, ma vale lo stesso per danesi e irlandesi, piantano la tenda in un prato e dormono tranquilli. Da noi vengono stuprati due volte, dai delinquenti e dalle autorità.
Campeggiare alla periferia di Roma “abbandonata da Dio e dagli uomini” in cui vagano “branchi di pastori” o su una spiaggia campana senza fare “un po’ di attenzione” alla delinquenza locale è più pericoloso che dormire in una foresta della Tanzania.
L’italiano in CASA SUA ha sbarre alla finestra, porte blindate e antifurto e il turista viene in Italia in tenda senza pitbull e armi da fuoco?
All’estero pensano che il fim Gomorra sia una fiction, invece è tutto vero. I turisti, prima di partire, dovrebbero essere costretti a guardarlo a occhi aperti come il protagonista di Arancia Meccanica.

dal blog di Beppe Grillo, 26/8/08

Agosto 26, 2008 Pubblicato da beppesassa | Attualità | | Ancora nessun commento.

Un tema articolato, complesso, mutato e mutevole nel tempo come quello della prostituzione

 
 

Un tema articolato, complesso, mutato e mutevole nel tempo come quello della prostituzione. Il modo peggiore per affrontarlo: il referendum. Daniela Santanché della Destra ha trovato un modo per ritornare sotto le luci della ribalta politica (ma sicuramente non per dare delle risposte al tema), e così ha depositato in Cassazione la richiesta di referendum per l’abolizione dei primi due articoli della legge Merlin che proprio questo anno celebra il suo cinquantenario. Con i primi due articoli si sanciva la chiusura entro sei mesi delle “case di prostituzione”, sinonimo di “casa chiusa” nel territorio dello Stato italiano.
Chi prova una nostalgia per quel tipo di luoghi ha una memoria storica più corta delle gonne che indossa: Mussolini vietò la prostituzione per strada con il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza del 1931, le prostitute potevano esercitare solo nelle case chiuse, considerate luoghi di ostentazione della virilità del superiore italico maschio per origine e razza, con qualche effetto collaterale misogino che purtroppo a Santanché, che si è sempre dichiarata dalla parte delle donne, sfugge: le prostitute erano obbligate alla schedatura da parte delle Autorità di Pubblica Sicurezza, si diventava “meretrice patentata” e se anche un giorno volevi cambiare vita la bollatura ti marchiava a vita e non avevi altre opportunità; la prostituta spesso era reclutata da veri e propri talent-scout, i “collocatori”, che ti davano un nome d’arte (magari “Renata, bocca di fata”) e ti obbligavano a tournée nei bordelli di tutta la penisola; dovevi dare quasi tutto il tuo guadagno ai “tenutari” e, soprattutto, non potevi rifiutare il cliente, anche se puzzava di alcool o di sporcizia. Le donne, e solo le donne, erano obbligate a violenti e temuti controlli medici: ti allargavano le gambe e se sospettavano un’infezione ti buttavano in mezzo alla strada senza speranze, visto che già in quanto prostituta ti venivano tolti tutti i diritti civili. Nessuno invece controllava i maschi italici che potevano infettare di malattie sessualmente trasmissibili a loro piacimento.
Credo anch’io che dopo 50 anni la legge Merlin dovrebbe essere “attualizzata”. Sulla prostituzione si sono spesi talk-show, proposte di legge in Parlamento su cui si è depositata la polvere, servizi giornalistici pruriginosi e vergognosi, l’ultimo sul Tg1 per encomiare il blitz poliziesco al Prenestino a Roma, con immagini di trans sudamericane prese per i capelli e sbattute in vettura mentre bande di giovani aizzavano le forze dell’ordine al grido di “Ammazzateli, ‘sti froci!”. Il servizio annunciava il loro trasferimento al Cpt di Ponte Galeria senza poi informare che le trans non sono state trattenute…pardon detenute perché mancava una sezione a loro dedicata. Del resto, quando mai i media dedicano spazio agli episodi di violenza contro donne e trans sulla strada?
Chi vuole affrontare seriamente il tema della prostituzione dovrebbe porsi innanzitutto una domanda: va considerata lavoratrice chi si prostituisce? La risposta è chiara: in un Congresso tenutosi a Bruxelles nell’ottobre 2005 le prostitute si sono auto-definite sex-worker, disposte a pagare le tasse in cambio di diritti sociali. Un’altra domanda è: secondo la legge italiana la prostituzione è un reato? Non lo è e dunque la si può solo regolamentare sia in-door (al chiuso) che out-door (all’aperto). In tutti i casi c’è una discriminante forte: la prostituzione da combattere è quella forzata, non volontaria, le vittime dei papponi di una volta (mariti, fidanzati o addirittura i fratelli) o degli sfruttatori di oggi, secondo quel principio di lenocinio reso reato proprio dalla senatrice Merlin.
I punti della legge Merlin che dovrebbero essere rivisti riguardano la possibilità di esercitare in casa senza tutte le restrizioni previste: anche se ti fittano una casa a prezzi di mercato e ti prostituisci il proprietario rischia la galera per favoreggiamento, insieme alla cameriera perché lucra dei soldi ottenuti con il tuo esercizio, puoi essere sfrattata perché hai alterato la destinazione dell’abitazione e sicuramente sarai oggetto di numerose riunioni condominiali. Potresti farlo senza problemi solo se eserciti in un appartamento, da sola e con ingresso indipendente (e quante possono permetterselo?). Secondo l’articolo 3 della legge Merlin non puoi pubblicizzare la tua attività (ma tutti leggiamo i “furbi” annunci di massaggi anche su prestigiosi quotidiani italiani). Meno lacci e mini-cooperative auto-gestite solo da chi si prostituisce renderebbe questo lavoro più sicuro per tutti. Il proibizionismo tout-court della prostituzione per strada porterebbe a una criminalizzazione e al ritorno degli interessi nostrani della mafia su questo mercato: è quanto è accaduto in Svezia dove è reato la prostituzione all’aperto con l’unico risultato che le sex-worker non sono sparite ma solo obbligate a contrattazioni più veloci ed è aumentata la violenza contro di loro. Perché non pensare alla zonizzazione, a quartieri dove si possa svolgere il mestiere più antico del mondo, luoghi dove non si dà fastidio a nessuno concordati tra le lavoratrici e gli enti locali, come avviene, ad esempio in Gran Bretagna e in Austria?
Questo referendum servirà solo ad essere invitati a una trasmissione televisiva. Si sarebbero potuti trovare altri espedienti, sulla prostituzione si è già sciacallato abbastanza.

Vladimiri Luxuria
Liberazione, 29/05/2008

Maggio 29, 2008 Pubblicato da beppesassa | Attualità | | Ancora nessun commento.

Cattivissime coop quando sfruttano il lavoro

Le coop si rivelano sempre di più un meccanismo di sfruttamento del lavoro, tanto che i 250 mila lavoratori della cooperazione sociale ieri sono scesi in piazza per chiedere il rinnovo del contratto scaduto nel 2005, meno precarietà e regole più trasparenti. E’ il loro primo sciopero nazionale, alla manifestazione di Roma sono intervenuti in 25 mila. Legacoop, Confcooperative e Agci sono così chiamate a riconoscere gli arretrati richiesti da Cgil, Cisl e Uil, e ad erogare un aumento di 110 euro (per il sesto livello, da riparametrare).
Gli addetti lavorano in appalto per gli enti pubblici, in maggioranza per Comuni e Asl, hanno il delicatissimo ruolo di dover fornire il welfare ai cittadini: l’assistenza ai disabili, agli anziani, agli ammalati, ai tossicodipendenti o agli immigrati con difficoltà, nelle scuole, ma spesso sono addirittura infermieri o ricoprono delicati ruoli negli ospedali (che in realtà non dovrebbero essere mai esternalizzati). Ebbene, a fronte di funzioni così importanti, sono tra i lavoratori meno pagati in Italia: quando hanno un contratto subordinato guadagnano tra gli 800 e i 900 euro mensili per 38 ore settimanali di lavoro; ma poi ci sono tanti cocoprò, che stanno sui 500-600 mensili.
Certo, in molti casi la colpa dello sfruttamento non è da imputare direttamente alle coop, ma al sistema generale degli appalti, che vede tanti committenti della pubblica amministrazione bandire gare al massimo ribasso; ma dall’altro lato, associazioni così potenti come quelle cooperative (rosse, bianche, etc.), invece di far partecipare i loro associati, potrebbero fare pressione sui politici per chiudere con questo sistema così perverso.
Vogliamo fare qualche esempio? A Roma tanti regolamenti interni delle coop impongono ai soci (spesso iscritti coattamente) di votare regolamenti con cui rinunciano al pagamento dei primi 3 giorni di malattia. Altri regolamenti dispongono deroghe ai minimi contrattuali, o a importanti parti normative del contratto. Il sindacato, quando individua le deroghe peggiorative, interviene con cause o vertenze. Ma poi ci sono altri tipi di «furbetti»: anche quando gli enti pubblici, facendo il loro dovere, riconoscono tariffe che coprono i minimi contrattuali, poi le cooperative fanno «la cresta» applicando contratti cocoprò, e tagliando così i costi del lavoro di almeno il 30-40%.
Il Comune di Roma applica un «sistema di accreditamento», che concede gli appalti solo a chi applica i contratti nazionali: regola ottima, anche se in diversi casi è aggirata. Più negligente la Regione Lazio, che non ha regolamenti simili e appalta soprattutto nella sanità (vedi il Policlinico di Roma, con delicate funzioni sanitarie affidate a coop esterne). Federico Bozzanca, segretario Fp Cgil Lazio, spiega che «tra Roma e Lazio lavorano 30 mila operatori: i problemi riguardano diversi regolamenti interni, che derogano le tutele, e soprattutto la precarietà di tanti operatori». Per Rossana Dettori, segretaria nazionale Fp, «il sistema delle cooperative deve comprendere la gravità della situazione e l’insostenibilità di una condizione lavorativa ormai non più degna di un paese civile».
Antonio Sciotto
Fonte: “Il Manifesto”, 5/4/2008

Maggio 12, 2008 Pubblicato da beppesassa | Attualità | | Ancora nessun commento.