Beppesassa يوسف

L’uomo non è altro che ciò che si fa. Sartre

RIPENSARE L’ISLAM ATTRAVERSO L’UMANESIMO

di Guido Caldiron
«Come intellettuale musulmano i miei sforzi, la mia attitudine e i miei obiettivi non sono tanto il risultato della mia formazione accademica, quanto piuttosto della mia esperienza esistenziale. Ho fatto il liceo a Orano, poi l’università a Algeri. In Algeria si era in piena epoca coloniale e come il resto dei miei concittadini ero quotidianamente scosso dal confronto aspro e duro tra la cultura e la lingua francese, conquistatrici, e la mia cultura d’origine algerina (io parlo il berbero e l’arabo). All’inizio degli anni Cinquanta, frequentando i corsi sull’Islam all’Università di Algeri ero profondamente deluso dalla povertà intellettuale con cui venivano presentate la storia e la cultura musulmane. Il movimento di liberazione nazionale si opponeva alla pretesa dei colonizzatori francesi di incarnare la civiltà moderna, e insisteva all’opposto sull’identità arabo-musulmana dell’Algeria. In conseguenza di questo confronto brutale io feci allora una scelta che ha poi accompagnato il mio lavoro successivo: da un lato capire quali erano le caratteristiche di quell’identità arabo-musulmana che veniva proclamata dal movimento nazionalista, dall’altro indagare in quale misura la civiltà moderna, incarnata da chi aveva colonizzato l’Algeria, doveva essere considerata come una civiltà universale».
Mohammed Arkoun, filosofo e storico, tra i maggiori intellettuali musulmani contemporanei, ha definito così nelle pagine del suo Rethinking Islam. Common questions, Uncommon answers (Westview Press, 1994), il debutto del suo lavoro di indagine all’interno dello spazio culturale dell’Islam, sulla sua storia e sull’evoluzione del suo pensiero dai tempi della predicazione di Maometto fino ad oggi.
Professore emerito alla Sorbona dal 1993, autore di circa una trentina di saggi tradotti in varie lingue, Arkoun, che è nato nel 1928 in un villaggio berbero, ha attraversato oltre mezzo secolo di studi islamici analizzando il pensiero e i testi musulmani attraverso la lezione della scuola storica degli Annales prima e l’«antropologia del passato», che ha mutuato dal metodo di Georges Duby e Jacques Le Goff e soprattutto da quello di Michel Foucault, poi. Un metodo di lettura del fatto religioso messa in atto attraverso una “triade concettuale” basata sull’idea di “trasgredire, spostare e superare”, indagando su come l’Islam abbia assunto la sua fisionomia attuale rigettando gli elementi culturali e quelli razionali della fede a favore di quelli mitologici. Al fondo delle sue ricerche c’è infatti non a caso una critica della “religione ufficiale” che prende la forma di un quesito su un punto determinante della relazione tra la fede e lo spazio sociale in cui si esprime, vale a dire «in quali condizioni verificabili l’idea di verità acquista una forza tale da poter comandare il destino di un individuo o produrre una storia collettiva?».
Come spiega Rachid Benzine, ricercatore all’Osservatorio delle religioni dell’Istituto di studi politici di Aix en Provence, nel suo Les nouveaux penseurs de l’Islam (Albin Michel, 2004), dove Arkoun è indicato a ragione tra i protagonisti del rinnovamento musulmano degli ultimi decenni, l’intellettuale algerino indica nell’umanesimo arabo del X secolo il modello per riconciliare fede e ragione, cultura e sacro, libertà e appartenenza religiosa. «Un’epoca, quella presa a riferimento da Arkoun – sottolinea Benzine -, in cui un filosofo come Al Hamiri poteva pensare il fatto religioso, la fede, il Corano e la Charia nello spazio della ragione, differenziandosi dai giuristi e dai teologi».
Mohammed Arkoun è stato ospite nei giorni scorsi del festival Torino spiritualità: un’occasione per tornare sulla sua proposta di rinnovamento della cultura musulmana.

Professor Arkoun, lei ha scritto a più riprese che l’Islam deve ritrovare il proprio umanesimo, riconciliarsi con la cultura filosofica se vuole emanciparsi dagli integralisti e dalle correnti regressive che lo attraversano. Ma quando e perché si è interrotta questa relazione così preziosa?
L’umanesimo ha svolto un ruolo di primo piano nel pensiero islamico fino al X secolo, poi è praticamente scomparso dallo spazio culturale arabo-musulmano insieme alla filosofia. Il pensiero filosofico ha giocato molto nello sviluppo della cultura musulmana dei primi secoli, si traducevano in arabo Aristotele e molti altri fiolosofi, poi, con la morte di Averroè – il filosofo arabo di Cordova scomparso nel 1198 – tutti questi studi si sono interrotti. Paradossalmente mentre questa lezione di apertura culturale spariva dallo spazio islamico, veniva invece scoperta nell’ambito dell’Europa cristiana del Medioevo dove il pensiero dello stesso filosofo di Al Andalus divenne molto popolare. Ma perché proprio allora questa spinta a guardare alla fede anche attraverso la ragione fu quasi del tutto cancellata dal mondo musulmano? La risposta va cercata in più fattori, di natura prevalentemente politica. E’ con la fine del Califfatto e la scomposizione del potere in moltissimi frammenti, che si propongono ciascuno come centro della politica araba, che gli elementi di ricerca e di elaborazione culturale perdono di peso. Non a caso a partire dal XIII secolo si assiste alla trasformazione dell’Islam classico in una religione popolare che è guidata da delle confraternite religiose. Quindi sia gli aspetti mistici e soggettivi dell’Islam tradizionale che la stessa teologia musulmana sono sottoposti a una semplificazione e a un impoverimento che scarta qualunque riflessione culturale. Una deriva iniziata allora e che non si mai interrotta.

Lei è cresciuto in Algeria e ha frequentato l’università nella fase di debutto della lotta per l’indipendenza dalla Francia. Nemmeno in quel periodo si è posto diversamente il rapporto con la fede?
Durante l’epoca della decolonizzazione, con l’emergere dei grandi movimenti di liberazione nazionale, il ruolo dell’Islam popolare si è ulteriormente rafforzato. Nel senso che l’Islam popolare dei secoli precedenti si è trasformato allora in Islam populista. Le generazioni nate tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del Novecento sono ormai completamente distanti sia dall’Islam classico della tradizione che della ragione islamica che aveva accompagnato il debutto storico di questa religione. Ma sono altrettanto distanti dalla modernità europea perché sono state allevate nell’idea di una identità musulmana che prenderebbe forma in un modello politico “islamico” che deriva direttamente da quello dell’epoca del Profeta Maometto e della sua predicazione a Medina. Si tratta di un’evoluzione gravissima perché in questo modo le società musulmane si sono private del tutto del contributo delle scienze umane e della società.

Al centro dei suoi studi c’è ciò che si potrebbe definire come un “antidoto” al pensiero del fondamentalismo: la prospettiva di leggere i testi sacri attraverso diversi strumenti di interpretazione culturale e non in modo “letterale”. E’ questo il cuore dello scontro in atto nel mondo musulmano?
Fin dagli anni Sessanta il Cristianesimo si è avvalso dei contributi interpretativi dei testi offerti dalla semiotica, dalla linguistica, dall’antropologia strutturale, della stessa storiografia. Quindi un quadro di trasformazioni metodologiche che hanno accompagnato e arricchito la cultura cristiana negli ultimi decenni. Al contrario, l’Islam si è privato in larga misura di questo patrimonio di ricerca e ha invece imboccato la via del fondamentalismo che è con tutta evidenza un percorso regressivo e contrario alla razionalità. Perciò è da qui che si deve ripartire se si vuole ridare vigore alla cultura musulmana e liberarla dalle ombre totalitarie che cercano di soffocarla.

Pubblicato su Liberazione, 30/9/2008

Novembre 21, 2008 Pubblicato da beppesassa | UMANESIMO | | Ancora nessun commento.

Degli uomini politici (ad A. Gramsci)

Dal carcere

tentare di capire,

con la mente esperire

la follia del contrario,

del lato giusto,

ma contrario:

gli uomini giusti

non siamo noi

stralunati e fangosi,

sono loro,

semplicemente fangosi.

ninetto_toto

Novembre 4, 2008 Pubblicato da beppesassa | CARTE | | Ancora nessun commento.

Una tranquilla Italia da paura

I sindaci sono in prima linea contro la violenza, ma non quella degli stupratori. Quella dei turisti che vengono in Italia a passare un tranquillo week end di paura. Un turismo sprovveduto. Gente che si espone a proprio rischio e pericolo in tenda o in camper. Un atteggiamento che rovina la reputazione dell’Italia all’estero.
Una coppia di tedeschi con un cagnolino parcheggia la macchina e campeggia in una spiaggia di Torre Annunziata. Sono picchiati, la ragazza stuprata da tre ITALIANI che, secondo le cronache, fanno un giro con lei per due volte a turno in macchina. Il cagnolino morsica uno dei tre ITALIANI e per vendetta viene sgozzato.
Giosuè Sparita, sindaco di centrosinistra di Torre Annunziata, ha tenuto a precisare che i due turisti “con un po’ di attenzione in più avrebbero potuto evitare l’orribile episodio di violenza”.
Due cicloturisti olandesi si fermano alle porte di Roma. Montano una tenda in un campo a Porta Galeria, periferia sud. Sono picchiati a sangue con i bastoni da due ROMENI. Lei è stuprata dai due pastori ROMENI (uno espulso da tempo). La donna ha perso quasi tutti i denti. Ora è in ospedale insieme al marito.
Gianni Alemanno, sindaco di centrodestra di Roma, si è soffermato sull’episodio: “Se due turisti vengono a Roma in bicicletta e si vanno ad accampare in un posto abbandonato da Dio e dagli uomini dopo aver chiesto consiglio su dove mettere la tenda a un branco di pastori immigrati, ebbene è difficile garantire loro la sicurezza. La loro è stata una grave imprudenza.”
Al loro Paese olandesi e tedeschi, ma vale lo stesso per danesi e irlandesi, piantano la tenda in un prato e dormono tranquilli. Da noi vengono stuprati due volte, dai delinquenti e dalle autorità.
Campeggiare alla periferia di Roma “abbandonata da Dio e dagli uomini” in cui vagano “branchi di pastori” o su una spiaggia campana senza fare “un po’ di attenzione” alla delinquenza locale è più pericoloso che dormire in una foresta della Tanzania.
L’italiano in CASA SUA ha sbarre alla finestra, porte blindate e antifurto e il turista viene in Italia in tenda senza pitbull e armi da fuoco?
All’estero pensano che il fim Gomorra sia una fiction, invece è tutto vero. I turisti, prima di partire, dovrebbero essere costretti a guardarlo a occhi aperti come il protagonista di Arancia Meccanica.

dal blog di Beppe Grillo, 26/8/08

Agosto 26, 2008 Pubblicato da beppesassa | Attualità | | Ancora nessun commento.

Abbassati

Com’è in alto, il campanile

su su il suono del batacchio

altissimo

lontano da me

che sono alluce e fango

bellezza da asfalto motoso

sconosciuta a Dio

cieco nobile olimpico

trita sommità d’un profluvio di merda

unico suono agrodolce di verità.

Agosto 26, 2008 Pubblicato da beppesassa | CARTE | | Ancora nessun commento.

Un pianto

 

Le parole sono un pianto

e quando gli occhi sono mesti

la loro umidità trabocca sui veli lindi.

 

Gli anni trascorrono

e capita sempre più di rado il pianto

tanto ormai si fa dura la scorza.

 

Oggi questi occhi penso stiano piangendo,

forse le frasi di ogni giorno sono sfinite,

per questo le parole sono umide oggi.

 

Libri e giornali mi ricordano la morte,

quella che uccide anche le lacrime,

allora la mia tristezza s’incupisce ancor più.

 

C’è sempre una tristezza maggiore, mi dicono,

e la freccia dell’imperfezione affonda nel nero abisso:

dopo un numero ce n’è sempre un altro.

 

Come Anteo un giorno smarriamo madre Terra,

smarriamo la forza e con la forza spesso la vita,

qualcuno si ostina solo per qualche giorno in più.

 

Poi manca il respiro in quell’istante

quando si intuisce che tutto in fondo era vano,

che tutto era vano è la lezione conclusiva.

 

Passioni, guerre, gelosie, rivalità,

tutto si riversa nel buco nero d’un precipizio imperscrutabile,

“Che stupido sono stato” diremmo

se la vita per qualche secondo ancora si durasse.

Agosto 10, 2008 Pubblicato da beppesassa | CARTE | | Ancora nessun commento.

Servo amore

                                                       Dal letame nascono i fior.

                                                                                                        De Andrè

 Umile serva della povertà,

nella lotta ogni giorno

da una dimora ad un’altra

ha riverito padroni e belle signore,

generando vita dal più putrido nulla,

come dal fango fummo plasmati

per un amore impensabile.

Quanti pianti hanno udito i suoi figli

nella notte fredda delle campagne

ma al risveglio con l’alba amica

cercava sorrisi per i piccoli occhi,

gioielli del suo ricco scrigno.

Folle fu il suo amore, e dotto,

ma il suo sapere fu superiore

e fu la vita, i tratturi fangosi

le vie dei suoi potenti pensieri.

Molte vicende di popolare forza

ho conosciuto da quella bocca rugosa,

da quella bocca abituata ad imitare i nobili

con le sue cosmesi accurate e inutili:

nell’ovatta bianca delle loro calde case

ridicoli quei signori non la conoscevano,

non sapevano della sua quotidianità

della sua Vita.

Agosto 10, 2008 Pubblicato da beppesassa | CARTE | | Ancora nessun commento.

ANGELO

Angelo di morte

Su una bicicletta arrugginita

Un uomo compare e la sua cicatrice

Di tanto in tanto

Con manifesti lugubri e la colla.

Scomparso s’accalca a torma

Un crocchio cianciante

Conosce già l’avvenuta fine

A discoprir il nome s’approccia

Grazie allo sgraziato uomo dell’annuncio.

Agosto 1, 2008 Pubblicato da beppesassa | CARTE | | Ancora nessun commento.

A K

Per tre anni il viaggio sembrava normale,

talvolta noioso, un incomodo,

pareva fosse quasi finito

quel viaggio talvolta,

tra qualche parola e tenui confidenze

i tre anni son trascorsi

e ieri sera, vino e musica,

sorrisi e allegria, tanta gente,

alla fine un abbraccio incredulo,

un pianto sulla mia spalla sorpresa,

e non pensavo,

non sapevo,

solo il silenzio dipinse quel quadro,

al di là della frontiera del mio essere uomo.

Luglio 12, 2008 Pubblicato da beppesassa | CARTE | | Ancora nessun commento.

Generazione web sott’accusa “Stupidi e deconcentrati”

La rivista «Atlantic» contro la Rete: riduce la capacità di lettura

 

NEW YORK — «Ho la sensazione che Internet stia frantumando la mia capacità di concentrazione e di osservazione. La mia mente si sta abituando a raccogliere informazioni nello stesso modo in cui la rete le distribuisce: un flusso di particelle che si muovono a grande velocità. Una volta mi sentivo come un subacqueo che si immerge nel mare delle parole. Ora schizzo sulla superficie come un ragazzino su un acquascooter ». Sull’ultimo numero di The Atlantic, il mensile culturale più letto dalle elite progressiste Usa, Nicholas Carr—ex direttore della Harvard Business Review—confessa di temere che la civiltà del «web» stia condizionando negativamente i nostri meccanismi mentali. Incide sul modo di leggere, di selezionare, di memorizzare. Ma, soprattutto, demolisce la capacità di concentrazione.

Carr deve aver toccato un nervo scoperto perché l’articolo— complice la scelta di farne il servizio di copertina con un titolo scioccante («Is Google making us Stoopid?», «Google ci rende stupidi? ») — ha raccolto molti consensi: «È vero, immersi come siamo nel “multitasking mentale” appena ci sediamo per leggere un documento di qualche pagina o un libro, ci sentiamo a disagio dopo pochi paragrafi. Voltiamo pagina e siamo già pronti per un link», concorda l’intellettuale britannico Andrew Sullivan, un conservatore libertario, anch’egli collaboratore dell’Atlantic. E sui giornali del gruppo Tribune, il premio Pulitzer Leonard Pitts esulta: «Leggo l’Atlantic e scopro di non essere il solo che sta perdendo l’abitudine alla lettura. Ormai riesco a digerire la scrittura solo a piccoli blocchi. Datemi un testo di più pagine e vengo subito assalito dal desiderio incontenibile di controllare la mia posta elettronica. È tutto così dispersivo. Eppure vedo meno tv e sono meno indaffarato di dieci anni fa. Giorni fa mi hanno dato da recensire un libro. Avevo pochissimo tempo per leggerlo. È stata una fatica tremenda. Mi sono imposto di restare per ore su una sedia scomodissima. Ce l’ho fatta, ma alla fine avevo una sensazione di vuoto, di colpa per essermi allontanato per tanto tempo dal mondo».

Carr non è certo un luddista, un nemico del progresso e della tecnologia. È un esperto di comunicazione che scrive libri sulla nuova civiltà digitale (l’ultimo, «The Big Switch: Rewiring the World» è uscito in America pochi mesi fa) ma è anche un attivissimo «blogger». Consapevole di attaccare un totem, Carr ha scelto i toni della riflessione a voce alta. Ha raccontato i suoi dubbi, i colloqui con persone che vivono i suoi stessi disagi. E ha messo le mani avanti: «Sono sensazioni, non pretendo di illustrare una verità scientifica. Del resto anche nel XV secolo Gutenberg fu messo sotto accusa da chi riteneva che la stampa avrebbe avuto un impatto disastroso sulla struttura sociale. Quindi farete bene ad essere scettici del mio scetticismo». Ma la sensazione che la civiltà di Internet stia portando con sé—sul piano culturale— effetti collaterali indesiderati e difficili da monitorare, è sempre più diffusa. Carr non è certo il primo a occuparsene: Google è da tempo sotto tiro per la sua pretesa di organizzare «tutta la conoscenza del mondo» e per la potenza di un motore di ricerca che riesce a memorizzare tutte le risposte date nei dieci anni della sua esistenza.

Il gigante californiano della rete promette che userà questi dati solo per migliorare il servizio reso agli utenti, ma ormai è lui, non più Microsoft, il «grande fratello » dell’immaginario collettivo. Potesse tornare indietro, il cofondatore della società, Sergey Brin, forse eviterebbe battute infelici come quella su un futuro nel quale la gente andrà in giro con un microchip di Google impiantato nel cervello. Del resto i problemi che nascono dalla gestione dell’enorme flusso di informazioni che circolano in rete sta diventando un problema anche per le aziende che sono le assolute protagoniste di Internet. Giorni fa il New York Times raccontava gli incubi di Microsoft, Google, Intel e Ibm alle prese con la bestia che si sono cresciuti in casa: l’enorme flusso di e-mail che riduce la produttività dei dipendenti. La riflessione di Carr sull’alterazione di meccanismi della nostra mente è meno «aneddotica» di quello che può apparire. Carr azzarda un parallelo tra l’impatto del «taylorismo», che un secolo fa parcellizzò i processi industriali rendendoli più rapidi, e quanto accade oggi nel mondo digitale dominato da Google. E, comunque, dietro le sue ipotesi ci sono studi «quantitativi» seri come quello dello University College di Londra, mentre qualche mese fa anche la neuroscienziata cognitiva Maryanne Wolf, direttrice del centro per la lettura e il linguaggio della Tufts University di Boston, aveva lanciato un allarme analogo nel saggio «Reading Brain».

Massimo Gaggi
Corriere della sera, 17 giugno 2008

Giugno 17, 2008 Pubblicato da beppesassa | EDUCAZIONE | | Ancora nessun commento.

“Contro i capelli lunghi”, di Pierpaolo Pasolini

La prima volta che ho visto i capelloni, è stato a Praga. Nella hall dell’albergo dove alloggiavo sono entrati due giovani stranieri, con i capelli lunghi fino alle spalle. Sono passati attraverso la hall, hanno raggiunto un angolo un po’ appartato e si sono seduti a un tavolo. Sono rimasti lì seduti per una mezzoretta, osservati dai clienti, tra cui io; poi se ne sono andati. Sia passando attraverso la gente ammassata nella hall, sia stando seduti nel loro angolo appartato, i due non hanno detto parola (forse – benché non lo ricordi – si sono bisbigliati qualcosa tra loro: ma, suppongo, qualcosa di strettamente pratico, inespressivo). 
     Essi, infatti, in quella particolare situazione – che era del tutto pubblica, o sociale, e, starei per dire, ufficiale – non avevano affatto bisogno di parlare. Il loro silenzio era rigorosamente funzionale. E lo era semplicemente, perché la parola era superflua. I due, infatti, usavano per comunicare con gli astanti, con gli osservatori – coi loro fratelli di quel momento – un altro linguaggio che quello formato da parole. 
     Ciò che sostituiva il tradizionale linguaggio verbale, rendendolo superfluo – e trovando del resto immediata collocazione nell’ampio dominio dei «segni», nell’ambito ciò della semiologia – era il linguaggio dei loro capelli
     Si trattava di un unico segno – appunto la lunghezza dei loro capelli cadenti sulle spalle – in cui erano concentrati tutti i possibili segni di un linguaggio articolato Qual era il senso del loro messaggio silenzioso ed esclusivamente fisico? 
     Era questo: «Noi siamo due Capelloni. Apparteniamo a una nuova categoria umana che sta facendo la comparsa nel mondo in questi giorni, che ha il suo centro in America e che, in provincia (come per esempio anzi, soprattutto – qui a Praga) è ignorata. Noi siamo dunque per voi una Apparizione. Esercitiamo il nostro apostolato, già pieni di un sapere che ci colma e ci esaurisce totalmente. Non abbiamo nulla da aggiungere oralmente e razionalmente a ciò che fisicamente e ontologicamente dicono i nostri capelli. Il sapere che ci riempie, anche per tramite del nostro apostolato, apparterrà un giorno anche a voi. Per ora è una Novità, una grande Novità, che crea nel mondo, con lo scandalo, un’attesa: la quale non verrà tradita. I borghesi fanno bene a guardarci con odio e terrore, perché ciò in cui consiste la lunghezza dei nostri capelli li contesta in assoluto. Ma non ci prendano per della gente maleducata e selvaggia: noi siamo ben consapevoli della nostra responsabilità. Noi non vi guardiamo, stiamo sulle nostre. Fate così anche voi, e attendete gli Eventi». 
     Io fui destinatario di questa comunicazione, e fui anche subito in grado di decifrarla: quel linguaggio privo di lessico, di grammatica e di sintassi, poteva essere appreso immediatamente, anche perché, semiologicamente parlando, altro non era che una forma di quel «linguaggio della presenza fisica» che da sempre gli uomini sono in grado di usare. 
     Capii, e provai una immediata antipatia per quei due. 
     Poi dovetti rimangiarmi l’antipatia, e difendere i capelloni dagli attacchi della polizia e dei fascisti: fui naturalmente, per principio, dalla parte del Living Theatre, dei Beats ecc.: e il principio che mi faceva stare dalla loro parte era un principio rigorosamente democratico. 
     I capelloni diventarono abbastanza numerosi – come i primi cristiani: ma continuavano a essere misteriosamente silenziosi; i loro capelli lunghi erano il loro solo e vero linguaggio, e poco importava aggiungervi altro. Il loro parlare coincideva col loro essere. L’ineffabilità era l’ars retorica della loro protesta. 

 

     Cosa dicevano, col linguaggio inarticolato consistente nel segno monolitico dei capelli, i capelloni nel ‘66-67? 
     Dicevano questo: «La civiltà consumistica ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo radicale. Creiamo un anticorpo a tale civiltà, attraverso il rifiuto. Tutto pareva andare per il meglio, eh? La nostra generazione doveva essere una generazione di integrati? Ed ecco invece come si mettono in realtà le cose. Noi opponiamo la follia a un destino di executives. Creiamo nuovi valori religiosi nell’entropia borghese, proprio nel momento in cui stava diventando perfettamente laica ed edonistica. Lo facciamo con un clamore e una violenza rivoluzionaria (violenza di non-violenti!) perché la nostra critica verso la nostra società è totale e intransigente». 
     Non credo che, se interrogati secondo il sistema tradizionale del linguaggio verbale, essi sarebbero stati in grado di esprimere in modo cosi articolato l’assunto dei loro capelli: fatto sta che era questo che essi in sostanza esprimevano. Quanto a me, benché sospettassi fin da allora che il loro «sistema di segni» fosse prodotto di una sottocultura di protesta che si opponeva a una sottocultura di potere, e che la loro rivoluzione non marxista fosse sospetta, continuai per un pezzo a essere dalla loro parte, assumendoli almeno nell’elemento anarchico della mia ideologia. 
     Il linguaggio di quei capelli, anche se ineffabilmente, esprimeva «cose» di Sinistra. Magari della Nuova Sinistra, nata dentro l’universo borghese (in una dialettica creata forse artificialmente da quella Mente che regola, al di fuori della coscienza dei Poteri particolari e storici, il destino della Borghesia). 
     Venne il 1968. I capelloni furono assorbiti dal Movimento Studentesco; sventolarono con le bandiere rosse sulle barricate. Il loro linguaggio esprimeva sempre più «cose» di Sinistra. (Che Guevara era capellone ecc.) 
     Nel 1969 – con la strage di Milano, la Mafia, gli emissari dei colonnelli greci, la complicità dei Ministri, la trama nera, i provocatori – i capelloni si erano enormemente diffusi: benché non fossero ancora numericamente la maggioranza, lo erano però per il peso ideologico che essi avevano assunto. Ora i capelloni non erano più silenziosi: non delegavano al sistema segnico dei loro capelli la loro intera capacità comunicativa ed espressiva. Al contrario, la presenza fisica dei capelli era, in certo modo, declassata a funzione distintiva. Era tornato in funzione l’uso tradizionale del linguaggio verbale. E non dico verbale per puro caso. Anzi, lo sottolineo. Si è parlato tanto dal ‘68 al ‘70, tanto, che per un pezzo se ne potrà fare a meno: si è dato fondo alla verbalità, e il verbalismo è stata la nuova ars retorica della rivoluzione (gauchismo, malattia verbale del marxismo!). 
     Benché i capelli – riassorbiti nella furia verbale – non parlassero più autonomamente ai destinatari frastornati, io trovai tuttavia la forza di acuire le mie capacità decodificatrici, e, nel fracasso, cercai di prestare ascolto al discorso silenzioso, evidentemente non interrotto, di quei capelli sempre più lunghi. 
     Cosa dicevano, essi, ora? Dicevano: «Sì, è vero, diciamo cose di Sinistra; il nostro senso – benché puramente fiancheggiatore del senso dei messaggi verbali – è un senso di Sinistra… Ma… Ma…». 
     II discorso dei capelli lunghi si fermava qui: lo dovevo integrare da solo. Con quel «ma» essi volevano evidentemente dire due cose: 1) «La nostra ineffabilità si rivela sempre più di tipo irrazionalistico e pragmatico: la preaminenza che noi silenziosamente attribuiamo all’azione è di carattere sottoculturale, e quindi sostanzialmente di destra» 2) «Noi siamo stati adottati anche dai provocatori fascisti, che si mescolano ai rivoluzionari verbali (Il verbalismo può portare però anche all’azione, soprattutto quando la mitizza): e costituiamo una maschera perfetta, non solo dal punto di vista fisico – il nostro disordinato fluire e ondeggiare tende a omologare tutte le facce – ma anche dal punto di vista culturale: infatti una sottocultura di Destra può benissimo essere confusa con una sottocultura di Sinistra». 

     Insomma capii che il linguaggio dei capelli lunghi non esprimeva piú «cose» di Sinistra, ma esprimeva qualcosa di equivoco, Destra-Sinistra, che rendeva possibile la presenza dei provocatori. 
     Una diecina d’anni fa, pensavo, tra noi della generazione precedente, un provocatore era quasi inconcepibile (se non a patto che fosse un grandissimo attore): infatti la sua sottocultura si sarebbe distinta, anche fisicamente, dalla nostra cultura. L’avremmo conosciuto dagli occhi, dal naso, dai capelli! L’avremmo subito smascherato, e gli avremmo dato subito la lezione che meritava. Ora questo non è più possibile. Nessuno mai al mondo potrebbe distinguere dalla presenza fisica un rivoluzionario da un provocatore. Destra e Sinistra si sono fisicamente fuse. 
     Siamo arrivati al 1972. 
     Ero, questo settembre, nella cittadina di Isfahan, nel cuore della Persia. Paese sottosviluppato, come orrendamente si dice, ma, come altrettanto orrendamente si dice, in píeno decollo. 
     Sull’Isfahan di una diecina di anni fa – una delle più belle città del mondo, se non chissà, la più bella – è nata una Isfahan nuova, moderna e bruttissima. Ma per le sue strade, al lavoro, o a passeggio, verso sera, si vedono i ragazzi che si vedevano in Italia una diecina di anni fa: figli dignitosi e umili, con le loro belle nuche, le loro belle facce limpide sotto i fieri ciuffi innocenti. Ed ecco che una sera, camminando per la strada principale, vidi, tra tutti quei ragazzi antichi, bellissimi e pieni dell’antica dignità umana, due esseri mostruosi: non erano proprio dei capelloni, ma i loro capelli erano tagliati all’europea, lunghi di dietro, corti sulla fronte, resi stopposi dal tiraggio, appiccicati artificialmente intorno al viso con due laidi ciuffetti sopra le orecchie. 
     Che cosa dicevano questi loro capelli? Dicevano: «Noi non apparteniarno al numero di questi morti di fame, di questi poveracci sottosviluppati, rimasti indietro alle età barbariche Noi siamo impiegati di banca, studenti, figli di gente arricchita che lavora nelle società petrolifere; conosciamo l’Europa, abbiamo letto. Noi siamo dei borghesi: ed ecco qui i nostri capelli lunghi che testimoniano la nostra modernità internazionale di pri. vilegiati ». 
     Quei capelli lunghi alludevano dunque a «cose» di Destra. 
     Il ciclo si è compiuto. La sottocultura al potere ha assorbito la sottocultura all’opposizione e l’ha fatta propria: con diabolica abilità ne ha fatto pazientemente una moda, che, se non si pu proprio dire fascista nel senso classico della parola, è però di una «estrema destra» reale. 

     Concludo amaramente. Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di una ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenani, da imbroglioni, da benpensanti teppisti. Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri – che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente – alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico. Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, «superare» i padri. Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù – li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente – un regresso. Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre. 
     Ora così i capelli lunghi dicono, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, le «cose» della televisione o delle réclames dei prodotti, dove è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia i capelli lunghi: fatto che, oggi, sarebbe scandaloso per il potere. 
     Provo un immenso e sincero dispiacere nel dirlo (anzi, una vera e propria disperazione): ma ormai migliaia e centinaia di migliaia di facce di giovani italiani, assomigliano sempre più alla faccia di Merlino. La loro libertà di portare i capelli come vogliono, non è più difendibile, perché non è più libertà. È giunto il momento, piuttosto, di dire ai giovani che il loro modo di acconciarsi è orribile, perché servile e volgare. Anzi, è giunto il momento che essi stessi se ne accorgano, e si liberino da questa loro ansia colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda. 

Dal “Corriere della Sera” del 7 gennaio 1973 col titolo “Contro i capelli lunghi”.

Giugno 10, 2008 Pubblicato da beppesassa | Il discorso dei capelli | | Ancora nessun commento.