RIPENSARE L’ISLAM ATTRAVERSO L’UMANESIMO
di Guido Caldiron
«Come intellettuale musulmano i miei sforzi, la mia attitudine e i miei obiettivi non sono tanto il risultato della mia formazione accademica, quanto piuttosto della mia esperienza esistenziale. Ho fatto il liceo a Orano, poi l’università a Algeri. In Algeria si era in piena epoca coloniale e come il resto dei miei concittadini ero quotidianamente scosso dal confronto aspro e duro tra la cultura e la lingua francese, conquistatrici, e la mia cultura d’origine algerina (io parlo il berbero e l’arabo). All’inizio degli anni Cinquanta, frequentando i corsi sull’Islam all’Università di Algeri ero profondamente deluso dalla povertà intellettuale con cui venivano presentate la storia e la cultura musulmane. Il movimento di liberazione nazionale si opponeva alla pretesa dei colonizzatori francesi di incarnare la civiltà moderna, e insisteva all’opposto sull’identità arabo-musulmana dell’Algeria. In conseguenza di questo confronto brutale io feci allora una scelta che ha poi accompagnato il mio lavoro successivo: da un lato capire quali erano le caratteristiche di quell’identità arabo-musulmana che veniva proclamata dal movimento nazionalista, dall’altro indagare in quale misura la civiltà moderna, incarnata da chi aveva colonizzato l’Algeria, doveva essere considerata come una civiltà universale».
Mohammed Arkoun, filosofo e storico, tra i maggiori intellettuali musulmani contemporanei, ha definito così nelle pagine del suo Rethinking Islam. Common questions, Uncommon answers (Westview Press, 1994), il debutto del suo lavoro di indagine all’interno dello spazio culturale dell’Islam, sulla sua storia e sull’evoluzione del suo pensiero dai tempi della predicazione di Maometto fino ad oggi.
Professore emerito alla Sorbona dal 1993, autore di circa una trentina di saggi tradotti in varie lingue, Arkoun, che è nato nel 1928 in un villaggio berbero, ha attraversato oltre mezzo secolo di studi islamici analizzando il pensiero e i testi musulmani attraverso la lezione della scuola storica degli Annales prima e l’«antropologia del passato», che ha mutuato dal metodo di Georges Duby e Jacques Le Goff e soprattutto da quello di Michel Foucault, poi. Un metodo di lettura del fatto religioso messa in atto attraverso una “triade concettuale” basata sull’idea di “trasgredire, spostare e superare”, indagando su come l’Islam abbia assunto la sua fisionomia attuale rigettando gli elementi culturali e quelli razionali della fede a favore di quelli mitologici. Al fondo delle sue ricerche c’è infatti non a caso una critica della “religione ufficiale” che prende la forma di un quesito su un punto determinante della relazione tra la fede e lo spazio sociale in cui si esprime, vale a dire «in quali condizioni verificabili l’idea di verità acquista una forza tale da poter comandare il destino di un individuo o produrre una storia collettiva?».
Come spiega Rachid Benzine, ricercatore all’Osservatorio delle religioni dell’Istituto di studi politici di Aix en Provence, nel suo Les nouveaux penseurs de l’Islam (Albin Michel, 2004), dove Arkoun è indicato a ragione tra i protagonisti del rinnovamento musulmano degli ultimi decenni, l’intellettuale algerino indica nell’umanesimo arabo del X secolo il modello per riconciliare fede e ragione, cultura e sacro, libertà e appartenenza religiosa. «Un’epoca, quella presa a riferimento da Arkoun – sottolinea Benzine -, in cui un filosofo come Al Hamiri poteva pensare il fatto religioso, la fede, il Corano e la Charia nello spazio della ragione, differenziandosi dai giuristi e dai teologi».
Mohammed Arkoun è stato ospite nei giorni scorsi del festival Torino spiritualità: un’occasione per tornare sulla sua proposta di rinnovamento della cultura musulmana.
Professor Arkoun, lei ha scritto a più riprese che l’Islam deve ritrovare il proprio umanesimo, riconciliarsi con la cultura filosofica se vuole emanciparsi dagli integralisti e dalle correnti regressive che lo attraversano. Ma quando e perché si è interrotta questa relazione così preziosa?
L’umanesimo ha svolto un ruolo di primo piano nel pensiero islamico fino al X secolo, poi è praticamente scomparso dallo spazio culturale arabo-musulmano insieme alla filosofia. Il pensiero filosofico ha giocato molto nello sviluppo della cultura musulmana dei primi secoli, si traducevano in arabo Aristotele e molti altri fiolosofi, poi, con la morte di Averroè – il filosofo arabo di Cordova scomparso nel 1198 – tutti questi studi si sono interrotti. Paradossalmente mentre questa lezione di apertura culturale spariva dallo spazio islamico, veniva invece scoperta nell’ambito dell’Europa cristiana del Medioevo dove il pensiero dello stesso filosofo di Al Andalus divenne molto popolare. Ma perché proprio allora questa spinta a guardare alla fede anche attraverso la ragione fu quasi del tutto cancellata dal mondo musulmano? La risposta va cercata in più fattori, di natura prevalentemente politica. E’ con la fine del Califfatto e la scomposizione del potere in moltissimi frammenti, che si propongono ciascuno come centro della politica araba, che gli elementi di ricerca e di elaborazione culturale perdono di peso. Non a caso a partire dal XIII secolo si assiste alla trasformazione dell’Islam classico in una religione popolare che è guidata da delle confraternite religiose. Quindi sia gli aspetti mistici e soggettivi dell’Islam tradizionale che la stessa teologia musulmana sono sottoposti a una semplificazione e a un impoverimento che scarta qualunque riflessione culturale. Una deriva iniziata allora e che non si mai interrotta.
Lei è cresciuto in Algeria e ha frequentato l’università nella fase di debutto della lotta per l’indipendenza dalla Francia. Nemmeno in quel periodo si è posto diversamente il rapporto con la fede?
Durante l’epoca della decolonizzazione, con l’emergere dei grandi movimenti di liberazione nazionale, il ruolo dell’Islam popolare si è ulteriormente rafforzato. Nel senso che l’Islam popolare dei secoli precedenti si è trasformato allora in Islam populista. Le generazioni nate tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del Novecento sono ormai completamente distanti sia dall’Islam classico della tradizione che della ragione islamica che aveva accompagnato il debutto storico di questa religione. Ma sono altrettanto distanti dalla modernità europea perché sono state allevate nell’idea di una identità musulmana che prenderebbe forma in un modello politico “islamico” che deriva direttamente da quello dell’epoca del Profeta Maometto e della sua predicazione a Medina. Si tratta di un’evoluzione gravissima perché in questo modo le società musulmane si sono private del tutto del contributo delle scienze umane e della società.
Al centro dei suoi studi c’è ciò che si potrebbe definire come un “antidoto” al pensiero del fondamentalismo: la prospettiva di leggere i testi sacri attraverso diversi strumenti di interpretazione culturale e non in modo “letterale”. E’ questo il cuore dello scontro in atto nel mondo musulmano?
Fin dagli anni Sessanta il Cristianesimo si è avvalso dei contributi interpretativi dei testi offerti dalla semiotica, dalla linguistica, dall’antropologia strutturale, della stessa storiografia. Quindi un quadro di trasformazioni metodologiche che hanno accompagnato e arricchito la cultura cristiana negli ultimi decenni. Al contrario, l’Islam si è privato in larga misura di questo patrimonio di ricerca e ha invece imboccato la via del fondamentalismo che è con tutta evidenza un percorso regressivo e contrario alla razionalità. Perciò è da qui che si deve ripartire se si vuole ridare vigore alla cultura musulmana e liberarla dalle ombre totalitarie che cercano di soffocarla.
Pubblicato su Liberazione, 30/9/2008
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