Beppesassa يوسف

L’uomo non è altro che ciò che si fa. Sartre

Cattivissime coop quando sfruttano il lavoro

Le coop si rivelano sempre di più un meccanismo di sfruttamento del lavoro, tanto che i 250 mila lavoratori della cooperazione sociale ieri sono scesi in piazza per chiedere il rinnovo del contratto scaduto nel 2005, meno precarietà e regole più trasparenti. E’ il loro primo sciopero nazionale, alla manifestazione di Roma sono intervenuti in 25 mila. Legacoop, Confcooperative e Agci sono così chiamate a riconoscere gli arretrati richiesti da Cgil, Cisl e Uil, e ad erogare un aumento di 110 euro (per il sesto livello, da riparametrare).
Gli addetti lavorano in appalto per gli enti pubblici, in maggioranza per Comuni e Asl, hanno il delicatissimo ruolo di dover fornire il welfare ai cittadini: l’assistenza ai disabili, agli anziani, agli ammalati, ai tossicodipendenti o agli immigrati con difficoltà, nelle scuole, ma spesso sono addirittura infermieri o ricoprono delicati ruoli negli ospedali (che in realtà non dovrebbero essere mai esternalizzati). Ebbene, a fronte di funzioni così importanti, sono tra i lavoratori meno pagati in Italia: quando hanno un contratto subordinato guadagnano tra gli 800 e i 900 euro mensili per 38 ore settimanali di lavoro; ma poi ci sono tanti cocoprò, che stanno sui 500-600 mensili.
Certo, in molti casi la colpa dello sfruttamento non è da imputare direttamente alle coop, ma al sistema generale degli appalti, che vede tanti committenti della pubblica amministrazione bandire gare al massimo ribasso; ma dall’altro lato, associazioni così potenti come quelle cooperative (rosse, bianche, etc.), invece di far partecipare i loro associati, potrebbero fare pressione sui politici per chiudere con questo sistema così perverso.
Vogliamo fare qualche esempio? A Roma tanti regolamenti interni delle coop impongono ai soci (spesso iscritti coattamente) di votare regolamenti con cui rinunciano al pagamento dei primi 3 giorni di malattia. Altri regolamenti dispongono deroghe ai minimi contrattuali, o a importanti parti normative del contratto. Il sindacato, quando individua le deroghe peggiorative, interviene con cause o vertenze. Ma poi ci sono altri tipi di «furbetti»: anche quando gli enti pubblici, facendo il loro dovere, riconoscono tariffe che coprono i minimi contrattuali, poi le cooperative fanno «la cresta» applicando contratti cocoprò, e tagliando così i costi del lavoro di almeno il 30-40%.
Il Comune di Roma applica un «sistema di accreditamento», che concede gli appalti solo a chi applica i contratti nazionali: regola ottima, anche se in diversi casi è aggirata. Più negligente la Regione Lazio, che non ha regolamenti simili e appalta soprattutto nella sanità (vedi il Policlinico di Roma, con delicate funzioni sanitarie affidate a coop esterne). Federico Bozzanca, segretario Fp Cgil Lazio, spiega che «tra Roma e Lazio lavorano 30 mila operatori: i problemi riguardano diversi regolamenti interni, che derogano le tutele, e soprattutto la precarietà di tanti operatori». Per Rossana Dettori, segretaria nazionale Fp, «il sistema delle cooperative deve comprendere la gravità della situazione e l’insostenibilità di una condizione lavorativa ormai non più degna di un paese civile».
Antonio Sciotto
Fonte: “Il Manifesto”, 5/4/2008

Maggio 12, 2008 - Pubblicato da beppesassa | Attualità | | Ancora nessun commento.

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