IL DECALOGO DELL’EDUCATORE
«NON DIRE SEMPLICEMENTE “NON DEVI FAR QUESTO” SE PUOI AGGIUNGERE : “MA FAI QUEST’ALTRO”; «NON CHIAMARLI “CAPRICCI” QUANDO SI TRATTA SOLTANTO DI COSE CHE DISTURBANO»; «NON INTERROMPERE QUALSIASI COSA FACCIA IL BAMBINO SENZA DARGLI UN PREAVVISO»; «NON PORTARE A PASSEGGIO IL BAMBINO, MA VAI A PASSEGGIO “CON” LUI; NON ESITARE DI FARE ECCEZIONI ALLE REGOLE»; «NON PRENDERE IN GIRO IL BAMBINO E NON FARE DEI SARCASMI: RIDI “CON” LUI E NON “DI” LUI»; «NON FARE MOSTRA DEL BAMBINO AGLI ALTRI E NON FARNE UN GIOCATTOLO»; «NON CREDERE CHE IL BAMBINO CAPISCA Ciò CHE GLI DICI SOLTANTO PER IL FATTO CHE TU LO CAPISCI»; «MENTIENI LE PROMESSE E NON FARLE QUANDO SAI DI NON POTERLE MANTENERE»; «NON MENTIRE E NON SFUGGIRE ALLE DOMANDE».
FONTE: “DECALOGO DELLA PEDO-PSICHIATRA SUSAN ISAACS”
I miei sogni
Senza di te l’alba è triste,
la mia alba è futile senza i tuoi occhi
che la mirano,
e la notte t’incontro sempre,
come prima mi parli,
di notte vieni e tutto pare normale,
i tuoi capelli rossi sono uguali
e il tuo muoverti solenne m’innamora,
spesso ormai passiamo la notte insieme
finché non fuggi via, all’alba,
e torni a riposare, tra i fiori
tra i tuoi santi, tu simbolo della vita,
tu vita ardente nel mormorio comune,
e quante volte ricordo durante il dì
il tuo irreale annaspare,
allora la vita era in pericolo
e la tua forza era soverchiata
dalla follia poetica del divenire,
dalla soverchia impotenza di noi, tuoi cari.
Eterno ritorno
La mia casa
Con la porta marrone antico,
dall’odore di protezione,
lì fuori giocavo,
cominciavo lì a sgusciare
dal seno avvolgente
del più bel fiore ancora raggiante.
Al sole lì fuori
m’accudiva il lieve sguardo
dalla cucina odorosa, umile,
e saggiavo le mie prime cadute,
ma sapevo dell’abbraccio,
della sua enorme carezza
sui miei riccioli tremuli.
Tra le sue braccia
sul suo letto
nel suo abnorme profumo di talco
nessun pomeriggio era nuvoloso,
anche la brama del gioco fuori
non s’esasperava in pianto.
Quelle braccia oggi smunte
son loro ad esigere carezze,
quel seno ormai sfinito
richiede conforto,
mi richiede quel nutrimento,
gli abbracci calmi e forti
della protezione, della partecipazione,
i sorrisi soavi e penetranti
del suo antico esserci, ora del mio.
Dinanzi a te
Sento l’olezzo giallo del Sole
Nel sorriso grande
Sulla tua bocca lieve,
E come un afflato d’aprile
Pervade la mia schiena la tua mano
In un fremito fresco di paura.
Nulla può il duro urlo del tempo
Contro l’incedere chiaro
Della tua venustà,
Dinanzi a te, ciclamino tra rovi grigi,
Recede vile il tempo.
Dinanzi al tuo sorriso
Recedono i cumuli di piombo.
Cattivissime coop quando sfruttano il lavoro
Gli addetti lavorano in appalto per gli enti pubblici, in maggioranza per Comuni e Asl, hanno il delicatissimo ruolo di dover fornire il welfare ai cittadini: l’assistenza ai disabili, agli anziani, agli ammalati, ai tossicodipendenti o agli immigrati con difficoltà, nelle scuole, ma spesso sono addirittura infermieri o ricoprono delicati ruoli negli ospedali (che in realtà non dovrebbero essere mai esternalizzati). Ebbene, a fronte di funzioni così importanti, sono tra i lavoratori meno pagati in Italia: quando hanno un contratto subordinato guadagnano tra gli 800 e i 900 euro mensili per 38 ore settimanali di lavoro; ma poi ci sono tanti cocoprò, che stanno sui 500-600 mensili.
Certo, in molti casi la colpa dello sfruttamento non è da imputare direttamente alle coop, ma al sistema generale degli appalti, che vede tanti committenti della pubblica amministrazione bandire gare al massimo ribasso; ma dall’altro lato, associazioni così potenti come quelle cooperative (rosse, bianche, etc.), invece di far partecipare i loro associati, potrebbero fare pressione sui politici per chiudere con questo sistema così perverso.
Vogliamo fare qualche esempio? A Roma tanti regolamenti interni delle coop impongono ai soci (spesso iscritti coattamente) di votare regolamenti con cui rinunciano al pagamento dei primi 3 giorni di malattia. Altri regolamenti dispongono deroghe ai minimi contrattuali, o a importanti parti normative del contratto. Il sindacato, quando individua le deroghe peggiorative, interviene con cause o vertenze. Ma poi ci sono altri tipi di «furbetti»: anche quando gli enti pubblici, facendo il loro dovere, riconoscono tariffe che coprono i minimi contrattuali, poi le cooperative fanno «la cresta» applicando contratti cocoprò, e tagliando così i costi del lavoro di almeno il 30-40%.
Il Comune di Roma applica un «sistema di accreditamento», che concede gli appalti solo a chi applica i contratti nazionali: regola ottima, anche se in diversi casi è aggirata. Più negligente la Regione Lazio, che non ha regolamenti simili e appalta soprattutto nella sanità (vedi il Policlinico di Roma, con delicate funzioni sanitarie affidate a coop esterne). Federico Bozzanca, segretario Fp Cgil Lazio, spiega che «tra Roma e Lazio lavorano 30 mila operatori: i problemi riguardano diversi regolamenti interni, che derogano le tutele, e soprattutto la precarietà di tanti operatori». Per Rossana Dettori, segretaria nazionale Fp, «il sistema delle cooperative deve comprendere la gravità della situazione e l’insostenibilità di una condizione lavorativa ormai non più degna di un paese civile».
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